Quattro.

Sono passati quattro anni da quel giorno in cui mettevo il piede in quel tunnel lunghissimo senza apparente via d’uscita.
Il vortice del nulla mi risucchiava, si mangiava ogni straccio di emozione rimasta. Le raschiava dalle pareti interne del mio corpo e lasciava che il vuoto riempisse ogni anfratto.
Quattro anni da quella sera, quando il silenzio era così stridente da far male alle orecchie.

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sai qual è il problema?

Il problema è che siamo troppo abituati a costruire castelli in aria.

Castelli per ogni cosa. Anche per il sapone delle mani che intanto è finito, inevitabilmente.
Castelli per ogni sensazione, per ogni dubbio, ogni sporco pensiero.
Siamo anime tormentate. Da cosa? Da noi stessi.

Burattini appesi a dei fili invisibili, padri di decisioni non nostre. Ci muove il tempo, con le nostre mosse rigide e le giunture doloranti.

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Benzina

C’è stato un tempo in cui lei non sapeva urlare.
Beveva fiumi di benzina silenziosa. L’assorbiva tutta fino ad implodere e bruciare. Tabula rasa fra le ossa.
Per poi lentamente ricominciare. Stanca e svuotata di tutto.
E’ un tempo lontano lontano, quel tempo in cui lei camminava nel buio, in una foresta di paure appuntite sotto la pelle.

Quando le bestie erano ombre fra gli alberi ossuti, quando i sogni erano solo un pugno di cenere.
Il tempo dei tremori e degli spasmi muscolari, il tempo del controllo perso e dei denti che digrignano affranti.

Non è più quel tempo di guerre e di sangue, anche se le foreste di paure non smettono di esistere perché nessuno le ha abbattute.
Ché tanto lo sappiamo tutti, anche se fosse loro saprebbero ricrescere spaccando l’asfalto se necessario.

E’ il tempo di camminare lungo flussi d’acqua che scorrono veloci e lavano via tutti i dolori, la cenere e la stanchezza.
Acqua che riempie ogni fessura, ogni minuscola virgola di spazio psico fisico. E lei sta lì, annaspando. Ma galleggiando.
E poi boh anche quei cieli lunghi lunghi che non si vede dove finiscono.

E’ il tempo di sedersi e riposare.
Di aspettare e di credere.
Di rassegnarsi al fatto che potrebbe andare tutto bene. Che questo tempo potrebbe essere migliore.

Le cicatrici rimangono, sotto le dita fanno sempre un po’ male quando cambia il tempo. Le cicatrici rimangono, insieme a tutta quella cenere di sogni nei cassetti che a volte rinascono come fenici assonnate.

Lei una cosa sola ha imparato. L’ importante è imparare ad urlare, perché la benzina bevuta in silenzio fa solo un gran male e sulle ossa bruciate è troppo difficile ricostruire.

 

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(© img Tony Sandoval)