Christmas

I lampadari non ci sono ancora tutti, eppure è quasi Natale.
Il primo albero di casa nostra. Srotolo lucine colorate mentre in sottofondo Jack Skeletron si chiede che cos’è il Natale.
Per me è sempre stato un film più Natalizio piuttosto che di Halloween e la mia personale tradizione ne impone la visione durante il making of dell’albero di Natale.
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Maki osserva curiosa i pacchetti e cerca di sgranocchiarne gli angoli.

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Salti

Che stranezza questa questione del tempo.
Che corre e frena improvvisamente, davanti alle nostre vite schiave del suo scorrere forte o piano che sia.

E’ per questo che oggi mi sono resa conto che non scrivevo da più di due mesi.
Sto seduta nella mia nuova scrivania, piena di roba che non dovrebbe stare sulla scrivania e ogni tanto guardo fuori.
Il cielo è grigio, eppure è primavera da qualche giorno.

Ci sono così tanti cambiamenti che non so nemmeno descriverli, ma che non fanno paura perché il gioco più bello è mettersi in gioco sempre.
Ho scoperto che è importante fare un passo dopo l’altro, senza fossilizzarsi sempre su cosa verrà dopo perché il bello è adesso.
Ho scoperto che la felicità è una porta che si chiude dietro le spalle e una voce che arriva dalla cucina il venerdì pomeriggio, o dal corridoio ogni giorno.

Ho scoperto che le gratificazioni sul lavoro sono quello che serve per sentirsi capaci, anche se si fa un po’ fatica a crederlo.

E gli stimoli che arrivano da ogni fonte possibile a stuzzicarti i filamenti nervosi sono IL MOTIVO. Giorno dopo giorno ho voglia di essere quello che sono, ho voglia di farlo vedere e ho voglia di crederci fino in fondo in me e in quello che posso e che so fare.
Lo faccio mentre guardo ogni mattina l’altare della patria, incredula, o mentre sono alla mia nuova scrivania con tutte quelle cose sopra che non dovrebbero esserci. Lo faccio mentre porto a spasso il cane e sorrido ai passanti socievoli.

Sono me mentre tu mi dici che è bello essere me. Ma soprattutto è bello essere noi.

Sono me perché non vorrei essere nient’altro.
Non solo una goccia d’acqua, ma un mare intero.

Things.

Scartabellando fra vecchie buste di documenti e cucchiaini ricoperti da uno strato di tempo e polvere mi sono resa conto di quanto inevitabilmente ci attacchiamo agli oggetti.

Io stessa sfoglio libri ricordando e conservo il tappo di quella birra che quasi nove mesi fa ci ha bagnato la gola, all’epoca troppo secca di emozione incontrollata.
Quando poi si parla di oggetti legati a persone che non ci sono più, il legame diventa ancora più forte. Ricordiamo i nostri nonni (amici, genitori e quant’altro) attraverso le loro cose. Attraverso quegli oggetti che ci hanno accompagnato fin dai primi passi.

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Attesa

Mi piacciono le attese.
Un po’ forse le detesto.

L’albero di Natale è pronto, un po’ traballante sul tavolino che una volta era bianco.
Ha così tante luci che è impossibile non perdersi a fissarlo.
C’è silenzio, aria fredda entra dalla finestra aperta.
Mi ricordo che è quasi Natale quando decidiamo ogni anno di lanciarci fra le vie del centro impazzito, accalcandoci al Disney Store mentre nell’aria c’è profumo di caldarroste e mandarini.

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