Benzina

C’è stato un tempo in cui lei non sapeva urlare.
Beveva fiumi di benzina silenziosa. L’assorbiva tutta fino ad implodere e bruciare. Tabula rasa fra le ossa.
Per poi lentamente ricominciare. Stanca e svuotata di tutto.
E’ un tempo lontano lontano, quel tempo in cui lei camminava nel buio, in una foresta di paure appuntite sotto la pelle.

Quando le bestie erano ombre fra gli alberi ossuti, quando i sogni erano solo un pugno di cenere.
Il tempo dei tremori e degli spasmi muscolari, il tempo del controllo perso e dei denti che digrignano affranti.

Non è più quel tempo di guerre e di sangue, anche se le foreste di paure non smettono di esistere perché nessuno le ha abbattute.
Ché tanto lo sappiamo tutti, anche se fosse loro saprebbero ricrescere spaccando l’asfalto se necessario.

E’ il tempo di camminare lungo flussi d’acqua che scorrono veloci e lavano via tutti i dolori, la cenere e la stanchezza.
Acqua che riempie ogni fessura, ogni minuscola virgola di spazio psico fisico. E lei sta lì, annaspando. Ma galleggiando.
E poi boh anche quei cieli lunghi lunghi che non si vede dove finiscono.

E’ il tempo di sedersi e riposare.
Di aspettare e di credere.
Di rassegnarsi al fatto che potrebbe andare tutto bene. Che questo tempo potrebbe essere migliore.

Le cicatrici rimangono, sotto le dita fanno sempre un po’ male quando cambia il tempo. Le cicatrici rimangono, insieme a tutta quella cenere di sogni nei cassetti che a volte rinascono come fenici assonnate.

Lei una cosa sola ha imparato. L’ importante è imparare ad urlare, perché la benzina bevuta in silenzio fa solo un gran male e sulle ossa bruciate è troppo difficile ricostruire.

 

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(© img Tony Sandoval)

Christmas

I lampadari non ci sono ancora tutti, eppure è quasi Natale.
Il primo albero di casa nostra. Srotolo lucine colorate mentre in sottofondo Jack Skeletron si chiede che cos’è il Natale.
Per me è sempre stato un film più Natalizio piuttosto che di Halloween e la mia personale tradizione ne impone la visione durante il making of dell’albero di Natale.
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Maki osserva curiosa i pacchetti e cerca di sgranocchiarne gli angoli.

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Salti

Che stranezza questa questione del tempo.
Che corre e frena improvvisamente, davanti alle nostre vite schiave del suo scorrere forte o piano che sia.

E’ per questo che oggi mi sono resa conto che non scrivevo da più di due mesi.
Sto seduta nella mia nuova scrivania, piena di roba che non dovrebbe stare sulla scrivania e ogni tanto guardo fuori.
Il cielo è grigio, eppure è primavera da qualche giorno.

Ci sono così tanti cambiamenti che non so nemmeno descriverli, ma che non fanno paura perché il gioco più bello è mettersi in gioco sempre.
Ho scoperto che è importante fare un passo dopo l’altro, senza fossilizzarsi sempre su cosa verrà dopo perché il bello è adesso.
Ho scoperto che la felicità è una porta che si chiude dietro le spalle e una voce che arriva dalla cucina il venerdì pomeriggio, o dal corridoio ogni giorno.

Ho scoperto che le gratificazioni sul lavoro sono quello che serve per sentirsi capaci, anche se si fa un po’ fatica a crederlo.

E gli stimoli che arrivano da ogni fonte possibile a stuzzicarti i filamenti nervosi sono IL MOTIVO. Giorno dopo giorno ho voglia di essere quello che sono, ho voglia di farlo vedere e ho voglia di crederci fino in fondo in me e in quello che posso e che so fare.
Lo faccio mentre guardo ogni mattina l’altare della patria, incredula, o mentre sono alla mia nuova scrivania con tutte quelle cose sopra che non dovrebbero esserci. Lo faccio mentre porto a spasso il cane e sorrido ai passanti socievoli.

Sono me mentre tu mi dici che è bello essere me. Ma soprattutto è bello essere noi.

Sono me perché non vorrei essere nient’altro.
Non solo una goccia d’acqua, ma un mare intero.