Cannellini e santuari

Quadratini colorati, sapori indimenticabili

Un paesino assolutamente sottovalutato della Sicilia è Tindari.
Che fondamentalmente è vero che non c’è niente, ma il santuario e il belvedere valgono la candela.
Il santuario della Madonna nera è su abbarbicato che per arrivarci devi fare 3mila tornanti e solo il cielo sa quanto odio i tornanti. In una piazzetta minuscola che si affaccia sugli strepitosi laghetti di Marinello.
Che nemmeno stavolta non sono riuscita a vedere se non dall’alto, ma prima o poi ci riuscirò, sì.


La particolarità di Tindari è appunto la Madonna Nera (come quella di Loreto insomma). Pare che sia arrivata via mare, in una cassa di legno e che abbiano costruito il santuario per ospitarla in tutto il suo splendore.
Non è un luogo estremamente sfarzoso e pieno di fronzoli, ma custodisce dei mosaici che quando li vedi svieni. Svieni per quanto sono meravigliosi.
I mosaici occupano interamente le due navate e continuano anche dietro l’altare.
Raccontano storie. Dall’altare all’ingresso, nella navata di sinistra, cominciano con l’annunciazione e ripercorrono la vita di Cristo fino all’ultima cena.
Dall’ingresso all’altare, nella navata di destra, raccontano la passione e la resurrezione.
Il sangue che scorre sui piedi crocifissi di Cristo è così brillante con il sole che quasi se ne sente l’odore pungente. Passando una mano sulle piastrelline decorate si può quasi sentirne la densità sotto i polpastrelli.


Dietro l’altare invece (dove è troppo buio per fotografare) ci sono mosaici che rappresentano la storia dell’arrivo e del ritrovamento della Madonna nera.

Oltre i mosaici, ci sono le vetrate e i rosoni.
Vetri colorati che lasciano filtrare il sole e brillano in un tripudio di forme e luci. In particolare quella al centro della chiesa, dove il rosso delle fiamme prepotente si fa spazio nel blu.


La Madonna è sorretta da angeli neri e una moltitudine di affreschi decorano i soffitti e addirittura anche la facciata frontale all’esterno.



Insomma Tindari è un paese che vive di turismo. C’è solo una stradina colma di negozietti di souvenir, un santuario e un teatro greco romano (che puntualmente quando arrivo io è chiuso).
I negozietti di souvenir sono in parte di parenti di mamma, infatti lei mi racconta di quando da piccola giocava con i cuginetti e salivano a piedi al santuario. Mi racconta i suoi ricordi, mentre io affascinata guardo giù verso i laghetti.
Una lingua di sabbia che si staglia nel blu. Guardo la striscia sabbiosa e immagino la cassa di legno alla deriva, dentro la quale la Madonna nera è arrivata. Pescatori che la recuperano e gioia e tripudio nel paesello.

Ma a Tindari c’è qualcosa di importante anche per me. Mentre camminiamo verso il teatro ecco che li vedo. Stanno lì dentro una vasca di plastica, dormono dentro una paletta. Sono come li ricordavo. Bianchi verdi e rossi. Non li ho mai visti di altri colori e la signorina della bancarella mi sorride.
Gliene ordino una quantità infinita, per piacere. Prende un sacchetto di carta e lo riempie generosamente, dicendomi che devo provarli assolutamente con i ceci cotti sotto la cenere. Faccio sì con la testa e lei riempie il sacchetto.
Stringo felice come una bimba il sacchettino di carta nella mano e ne annuso il profumo. Nell’altra mano stringo uno scacciapensieri e mi riprometto di imparare a suonarlo. O per lo meno di emettere suoni.

Sgranocchio cannellini. Sapore di un tempo, strade deserte, caldo afoso. Io bambina saltello in mezzo alla strada in discesa, mentre la vecchietta vicina di casa di nonna, seduta sulla sua seggiolina al lato della strada mi saluta. Ha degli occhiali grandi. E un viso buffo di vecchietta. Avevo un giochino. Era il dinosaurino dei flinstones (Dino, quello viola) che sparava caramelline colorate di zucchero. E io.
Io mangiavo cannellini.

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