L’isola che non c’è

Fin da piccola nutro un debole per le storie ambientate sul mare. Pirati, galeoni, zattere, isole e tesori nascosti. Prima di dormire mi facevo leggere da mamma la storia di Trombakir pirata nero, stampata fra le filastrocche del volume dei Quindici.
Poi era la volta di mettersi sulla zattera della principessa Rosetta fino ad arrivare con lei e frugolo dal principe dei pavoni. E poi Peter Pan, seconda stella a destra e poi dritti dritti all’isola che non c’è.

Uno dei miei programmi più grandi durante il mio viaggio era proprio l’isola che non c’è.
L’isola che non c’è non è altro che uno scoglio. Quando ho detto a mamma: “voglio andare all’isola che non c’è”, ha messo in moto la macchina e siamo arrivate a Piraino. Non si ricordava la location precisa, ma io non ricordavo nemmeno il paese. Avevo solo scolpita nella mente quella grotta, quello scoglio e quella spiaggetta.

Un posto magico, di cui avevo accennato già una volta sul blog.
Mamma ha accostato, ha camminato fino alla spiaggia e ho guardato verso l’orizzonte, a destra. E’ tornata in macchina e ha ripreso a guidare. Siamo arrivate all’inizio del lungomare e, data l’ora, abbiamo pranzato ad un ristorante sul mare. In lontananza la torre diroccata. Anzi due torri. Una a destra e una a sinistra a racchiudere il lungomare.


Chiediamo informazioni al gentilissimo cameriere del ristorante. Ci informa che il mare ha mangiato la spiaggia e non è più agibile la zona oltre la grotta. Un colpo al cuore. Il sogno di tornare all’isola che non c’è riceve un duro colpo. Come se Peter Pan fosse cresciuto improvvisamente.
Il signor gentilissimocameriere vede il mio sguardo un po’ deluso e mentre io sbuffo mi dice che “santocielo, non fare così! La ricostruiamo subito solo per te quella spiaggia!” e sorride, cordialmente. Lo ringrazio e fingo di essere meno delusa, sorridendo un po’ forzatamente davanti al mio piatto di linguine all’oleana.


Non mi do per vinta e decido di avvicinarmi comunque alla grotta, sotto la torre diroccata di destra. Inforco maschera e boccaglio e nuoto fino agli scogli.
Mi arrampico sulle rocce e sento la pelle tagliarsi sotto i piedi e sui palmi delle mani. Non mi fermo. Ed eccola là, la grotta che si affaccia sul blu. Avanzo e vedo che c’è ancora un varco, la spiaggia è davvero scomparsa fagocitata dal mare e, al posto delle sue nicchie nella roccia che ti accoglievano silenziosamente e facevano ombra, sono rimasti solo detriti dovuti alle numerose frane.


Giro lo sguardo verso il mare aperto ed eccolo là. Emerge fiero e più grande di quanto ricordassi. Il mio scoglio, la mia isola.
Torno alla spiaggia, prendo la fotocamera e chiamo mamma. Ci arrampichiamo insieme. Sento il sale bruciare sui taglietti, ma non me ne curo. Lascio a mamma la fotocamera e la prego di non seguirmi, ma semplicemente di scattare qualche foto rimanendo poco oltre la grotta. Mi calo nell’acqua fra le rocce, taglienti e prepotenti. Mi faccio strada fra scogli sommersi ricoperti di vegetazione scivolosa.


La corrente mi spinge contro le rocce fino a che con la mano mi aggrappo a lui. Il mio punto sicuro che forte e possente sbuca dalla superficie del mare. Faccio forza sulle mani e aiutandomi con le ginocchia salgo. E in un attimo mi ritrovo bambina.
In quel momento mi rivedo, 15 anni fa. Da sola gioco nell’acqua e avvicinandomi a quello scoglio inizio a osservarne la trama che l’acqua ha disegnato, nel tempo. su di lui.

L’ha intagliato come fosse una grande mappa del tesoro. E lassù invento mondi, storie di pirati e bambini sperduti. Sperduti un po’ come me nel mio mondo personale, che creo seduta sulla cima dello scoglio.
Difficilmente il sole batte su di lui, per quello lo amavo così tanto. Perché potevo starci ore senza scottare la mia pelle bianca come la neve. Potevo stare una vita intera a inventarmi storie. A interpretare percorsi e indizi per arrivare al tesoro.
Passo la mano graffiata su di lui. E’ passato tanto tempo e il mare l’ha vestito di alghe ruvide. Paguri timidi e ricci dormiglioni dormono fra le sue vene intagliate. Lo accarezzo.

E insieme a lui accarezzo quella che è la parte felice della mia infanzia, quei momenti di bambino che ti rimangono dentro per sempre. Io sullo scoglio all’ombra e mamma e papà che mi fanno foto dalla riva, foto lontane con uno zoom inesistente di una vecchia e stanca macchinetta.

Tante cose sono cambiate da allora, e mi ritrovo qui a pensarci. A un passo dal compiere il mio primo quarto di secolo.
Tante cose sono cambiate, mentre organizzo distrattamente cene separate. Una con mamma e una con papà, per il mio compleanno.
Tante cose sono cambiate, mentre sto seduta su quello scoglio guardo la spiaggia che non c’è più.
Tante cose sono cambiate, mi giro verso la grotta e sorrido a mamma che diligentemente punta l’obiettivo, abusa dello zoom, e fa click. Ferma il tempo. Ci siamo ancora, solo in posti diversi. E su quella spiaggia, in una nicchia ci saremo sempre.

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5 pensieri su “L’isola che non c’è

  1. Sei la mia bimba da custodire gelosamente e con cura. Nessuno può toglierci lo scrigno dei ricordi, nessuno può impedirci di ricordare e di continuare a sognare e a sperare. Il mondo può essere crudele con le piccole ma grandi cose così come con le piccole ma grandi persone, che, come te, come me, sanno gioire con poco. Quando queste persone si incontrano, come è successo a noi, due stelle collidono e un nuovo universo meraviglioso e solare si apre. Ti accorgi di non essere da solo ma che hai sempre al tuo fianco una persona che non ti abbandonerà mai e che sarà il tuo punto di riferimento costante!
    **

    • “Nessuno può toglierci lo scrigno dei ricordi, nessuno può impedirci di ricordare e di continuare a sognare e a sperare”… sigh sob. Mi commuovo.

      ❤ ❤ ❤ non sei mai solo, quando c'è una stella come te 🙂 :****

  2. Le cose cambiano, si modificano, si evolvono. Ma i ricordi sono la mappa di noi stessi, il “come” siamo diventati così, oggi. Tutti abbiamo un luogo in cui cullavamo i nostri pensieri da bambini. Tu l’hai voluto rivedere, hai voluto che ti avvolgesse di nuovo nel suo “abbraccio” da porto sicuro. C’è chi non vuole rivederlo, perchè le cose son cambiate, perchè vuole conservare il ricordo che aveva.

    Quello che veramente conte è che Tu, su quello scoglio, ci sei tornata più forte e sicura di prima. Le storie che prima inventavi e costruivi le hai realizzate, le stai realizzando. Hai imparato che non c’è niente che ti ferma, che sei una persona forte, indipendente, caparbia. L’avresti detto quando quello scoglio ti proteggeva la tua pelle di neve?
    Come la sua spiaggia è stata mangiata dal mare, anche tu hai subito le tue perdite, nel tempo. Affettive. Pacche della vita, che non potevi arginare se non alla meno peggio. Come lui non ha potuto fermare il mare dall’avanzare. Ma come lui, sei uno scoglio. Rimarrai, caparbia e fiera in mezzo al tuo mare. E tanti paguretti verranno a cercare asilo e supporto. Perchè gli scogli traggono beneficio dalle conoscenze dei paguri, dal sentirsi parte di un disegno, che li fa rimanere fermi e caparbi. Chi può dire che farà quello scoglio tra altri 15 anni? Chi può dire dove e cosa farai tu tra 15 anni? e il bello è che non lo possiamo dire. Lo possiamo inventare come le storie. Ma la storia più bella finora è quella che hai realizzato solo per te stessa. Lo scoglio che sei diventata.
    Go ahead baby, go.

  3. quello che mi è sempre piaciuto di te è questa tua capacità di lottare per quello che ami. senza mai darti per vinta. senza mai rinunciare. meriti il meglio stellapacificapezzodistella.
    e di bene te ne voglio anche io.

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