sfere

quando mi svegliai ero sul ciglio di una strada trafficata.
le macchine sfrecciavano e poco poco pioveva.
Non sentivo freddo e addosso avevo un mantello.
La gente passava camminando svelta con l’ombrello e guardava bene di non mettere i piedi nelle pozzanghere. Sembrava che non mi vedessero eppure sono certa che sapessero che della mia presenza. A volte mi evitavano all’ultimo come fossi un ostacolo che non avevano notato lungo il loro percorso frenetico.
E’ una sensazione strana.
A volte li fissavo dritti dove avrei dovuto incontrare i loro occhi. Credo si sentissero osservati, ma non mi guardavano.

Mi avvolsi stretta nel mantello e dal cappuccio nero spuntò qualche ciocca dorata.
Silenziosa. La pozzanghera non mi rifletteva.

Ed eccola lì. Quella tizia buffa che era passata anche ieri mattina, oggi indossava un cappello rosso come le sue labbra. strana stranissima. impacciata. goffa. veloce.
troppo alta stretta nel suo cappotto nero.
la borsa stretta al fianco, guardata a vista dalla sua mano. aveva qualcosa negli occhi che la faceva diversa dagli altri. ero quasi sicura di averla già vista, da qualche parte. in qualche tempo.

E poi ci fu un attimo in cui lei gli occhi li alzò. Credo di averla toccata con il ghiaccio dei miei. Un secondo.
Come quando tira un soffio di vento freddo e fa roteare in aria le foglie rosse.
Si girò indietro, la notai, mentre poi sparì tra la gente.

Passai una notte fredda e asettica, quella notte. Seduta su quella pietra al bordo della strada. Il treno faceva vibrare ogni centimetro di asfalto, sferragliava veloce sul ponte sopra la mia testa. Vibravo anche io, ma non le mie viscere. Una volta le sentivo vibrare, adesso mi sembrava di essere un pezzo amalgamato di quell’asfalto.

Non sento il dolore, non mi infastidiscono i fari delle auto che mi lacerano gli occhi.
Non sento il freddo di questa notte fredda.

L’indomani mattina un raggio di sole faceva brillare tutte quelle foglie che come un’enorme macchia di sangue coloravano il marciapiede. Come un omicidio efferato che aveva lasciato il segno quella notte.

L’indomani mattina lei non passò.
Rimasi tutto il giorno con quel fastidioso raggio di sole che mi sferzava la pupilla, ma lei non passò. La ragazza buffa e vestita di nero.
Tutto il giorno su quel masso diroccato ai lati della strada. Avvolta nel mio mantello.
Guardavo basso, loro non mi vedono, pensavo.

Poi un movimento rapido mi fece alzare gli occhi. Una ragazza dagli occhi verdi e curiosi, leggermente malinconici, stava proprio di fronte a me. Sorrideva. La gente camminava fra me e lei, ma lei sorrideva guardando nella mia direzione.

Abbozzando un sorriso, mossi una mano pallida in segno di saluto. Lei mosse la sua e si andò a sedere proprio di fronte a me, dall’altro lato della strada.
Notai che la gente non la guardava, a volte la evitava quasi all’ultimo secondo.
Proprio come me.

Rimanemmo così, scrutandoci tutto il giorno da un lato all’altro della strada. A volte il vento faceva volare una foglia rossa dal mio al suo lato.
Giocammo un po’ simulando lanci di foglia, quando in realtà era solo mossa dal vento.
Anche lei era piuttosto pallida.

Venne buio, la gente entrò veloce dentro casa, perchè iniziò a tuonare minacciosamente.
Mi rannicchiai sul mio sasso, avvolta nel mio mantello.
Lei si rannicchiò sul suo sasso e anche lei si avvolse in un mantello.
Cominciò a piovere.
La vedevo raccogliere la pioggia nelle mani e farne sfere come fossero bolle di sapone.
Le prendeva, le rigirava nella mano, ridacchiava e ci soffiava sopra facendole scoppiare.

Mi accorsi che ogni volta che lo faceva una luce, guardando la facciata del palazzo sovrastante piena di finestre illuminate, si spegneva.

Fu dopo tre o quattro luci che si spensero che vidi una sagoma avvicinarsi in lontananza.
Arrivava dal sottopassaggio.
Camminava avvolta in un mantello nero.
Camminava al centro della strada. Non passava nessun’auto.

Sembrava sicura di sé, ma non troppo. Era alta. Scura.
Fu quando la luce del lampione la illuminò sotto la pioggia battente che capii.

Le sue labbra rosse, come le sue unghie. I suoi capelli neri.
Il suo pallore.
Si fermò esattamente al centro della strada. Guardò la ragazza pallida dagli occhi verdi. Lei si alzò e si mise alla sua sinistra.

Fu quando mi guardò che sentii tremare dove una volta c’erano le mie viscere.
Alzai il mio sguardo di ghiaccio. Lentamente camminai.
Mi misi alla sua destra.

E insieme raccogliemmo la pioggia quella notte fredda, soffiando sulle sfere d’acqua, e vedendo luci spegnersi. Ultimi respiri esanimi. Era il loro tempo, d’altronde.
Il nostro era già stato.

Chi l’ha detto che la morte è solo una?

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