gocce di vernice

L’aria era bianca e un po’ pesante, mentre lei si apprestava ad attraversare la strada trafficata del sabato mattina.

C’era il sole quando si era svegliata.
Incredibile evento negli ultimi giorni. Infatti dopo pochi minuti il cielo divenne buio come se qualcuno avesse delicatamente premuto l’interruttore della luce dentro una stanza vuota.
L’aria fresca le muoveva un po’ i capelli spettinati. Era sempre bella, con quel velo di indecisione e incertezze negli occhi.
Non era una di quelle che si faceva notare, passava inosservata, stretta nel suo giacchetto di pelle e le mani in tasca.


Si fermò per un attimo al semaforo, mentre la figura rossa dell’omino illuminava le strisce pedonali, e riflettè sul fatto che le storie non la venivano più a trovare.
Era un po’ di tempo che tutto le sembrava difficile e non riusciva più a dare un senso e un’anima alle cose. Ma se lo ricordava, sbiadito, il tempo in cui lo faceva ogni giorno.
Eppure ora le sembrava tutto difficile.

Sei troppo pigra, le diceva sempre la sua amica bionda.

Che avesse ragione?

Entrò svogliata al supermercato, ma non aveva nulla da comprare. Si sforzò in ogni modo di vedere qualcosa. Di avere una storia da raccontare.

Nulla.

Così uscì sconsolata con una confezione di patatine e si sedette su un muretto. Estrasse dalla borsa la sua agenda e passò una mano sulla copertina di pelle nera.
Si infilò la penna sull’orecchio e con lo sguardo perso nel vuoto si arrotolò una sigaretta.
Mentre la carta bruciava lentamente e le sue labbra accarezzavano il filtrino, strinse la penna tra le mani e aprì l’agenda su una pagina bianca.
Tutto quel bianco la metteva fortemente a disagio.
Non riusciva a far altro che fissarlo e rimase come paralizzata davanti al candore della pagina vuota.
Chiuse l’agenda con un gesto di stizza e la lanciò nel primo bidone che vide.
Senza pensarci.
La buttò via.

Tornò a casa e aspettò di addormentarsi di un sonno vuoto e senza sogni.
Era letteralmente intontita quando si risvegliò. L’orologio faceva le 4.00 a.m. e lei si ritrovò accartocciata sul divano sotto la sua copertina rossa.
Fu in quel momento che infilò una mano nella borsa in cerca della sua agenda e fu in quel momento che si ricordò di averla buttata.

Cristo santo. Sbiascicò fra i denti, impastata di sonno.

Richiuse gli occhi e sprofondò di nuovo nel sonno.
Ma stavolta non fu un sonno senza sogni.

Era tutto blu intorno, quando aprì gli occhi di nuovo.
Si guardò le mani ed erano blu.
Il divano era blu. La casa era interamente dipinta di blu. La gatta era blu e la guardava con sguardo perplesso.
Lui era blu. Il libri erano tutti blu.

Che diavolo. Che. Ma dove cavolo sono? Chiese emettendo quasi un sibilo.

Mise un piede giù dal divano e il pavimento sembrava quasi inghiottirla. Lo ritrasse velocemente.
Ma non servì a nulla. Un qualcosa di invisibile la tirò con forza e il pavimento la inghiottì. Quando riaprì gli occhi era tutto rosso. E successe tutto come prima.
Poi verde, giallo. Infine nero.
L’orologio segnava le 6.00 a.m quando riaprì gli occhi di scatto.
Si guardò intorno e la casa era normale. Le sue mani erano del colore che dovevano avere e la sua gatta era bianca e tigrata.
Scosse la testa pensando che era una stupida e che era solo un sogno.
Mise il caffè sul fuoco e ne bevve una tazza.
Si alzò pigramente ed entrò nel bagno con l’idea di rinfrescarsi un po’ il viso.
Ma è quando aprì il rubinetto che il sangue le si gelò nelle vene. Prima un fiotto rosso scarlatto, poi uno blu, poi giallo.
Si guardò allo specchio con gli occhi sbarrati. I suoi capelli colavano vernice verde.  Dalla sua bocca colava vernice viola.
I suoi occhi lacrimavano vernice nera.
Cercò di chiuderli e riaprirli ma era talmente evidente e sicura di essere sveglia che non poté che lasciare spazio al panico.
Passò qualche minuto e tutto sparì improvvisamente.

Che fosse un sogno in dormiveglia? Non poteva averne la certezza.
Allucinazioni? Non ne aveva mai sofferto.
Uscì di casa, convinta di aver bisogno di una boccata d’aria.
Non c’era nessuno per strada, la città dormiva ancora.

Fece due passi fra le rovine dell’acquedotto quando in lontananza vide una figura avvicinarsi.
Socchiuse gli occhi per cercare di metterla a fuoco e le parve di scorgere qualcosa di strano.
Man mano che si avvicinava, la figura prese forma. Era un uomo.
Ma al posto della testa aveva un palloncino rosso, e un cappello sopra di esso.
Lei rimase sconcertata e rimase immobile a fissarlo.
La figura passò, si tolse il cappello in segno di saluto, e proseguì per la sua strada.
Lei continuò a camminare ancora perplessa e convinta di essere in un sogno.

Passarono i giorni e gli episodi si susseguirono in tutta la loro stranezza.
Gente con i palloncini al posto della testa, cascate di vernice improvvise che ricoprivano tutto, treni volanti, funghi parlanti.
Decise di farsi vedere da un dottore.
Non poteva essere diventata pazza improvvisamente e senza motivo, non vedeva nemmeno più le storie. Era assurdo.

Si ritrovò seduta in sala d’aspetto insieme ad altre due persone. Lo studio del dottor. Zerin era pieno di piante e c’era un acquario. Nell’acquario c’erano pesci di ogni genere.
Quando fu il suo turno entrò. Il dottore la fece sdraiare e le chiese di raccontare tutto. E lei raccontò.
Il dottore fece un cenno di assenso con la testa appuntando nel suo taccuino.
Infine si sfilò gli occhiali e la invitò a sedersi.

Signorina da quanto non vede più le storie?
E’ passato un po’ di tempo, dottore. Non me lo ricordo quanto.
Signorina, lei non è pazza.
Le sorrise lui.
Torni nel punto dove ha gettato l’agenda, vedrà che risolverà il problema degli incubi.

Perplessa strinse la mano al dottore e si incamminò al muretto, dove aveva buttato l’agenda una settimana prima.
Trovò tutto come l’aveva lasciato, ma l’agenda non era dentro il cestino. Era aperta sul muretto e il vento sfogliava le pagine velocissimamente.
Con aria stupita si avvicinò e la raccolse. Le pagine smisero di rincorrersi improvvisamente e rimasero aperte al centro.
Quando l’aveva buttata era sicura di aver scritto non più di due pagine e ora le pagine erano scritte fino a metà. Le sfogliò e le lesse lentamente.

Erano racconti. Raccontavano di uomini con palloncini fluttuanti al posto della testa e di vernice che sommergeva tutto improvvisamente.

Raccontavano di funghi parlanti e di gatti blu.

Fu allora che capì di essere guarita.

Si sedette a gambe incrociate sul muretto e cominciò a scrivere. sorridendo.

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