strange life

La vita, che strana. ti da e si riprende. sembra quasi che ti prenda per il culo.
è bella, è tanta roba. è una sola, pare.
ma è una grandissima presa per il culo a tratti.

qualcuno, tempo fa, diceva che la vita è il purgatorio. sei in perenne attesa che le cose vadano bene o vadano male.

è mentre vanno bene che ti arriva uno di quei colpi fortissimi. le buste della spesa al centro del marciapiede, la testa appoggiata alla facciata di  un palazzo. sporco.

manca il respiro e fanno male le costole.
il mondo intorno sparisce. c’è la nebbia. ti guardi intorno angosciato e ti riempi i polmoni di fumo acquoso. annaspi in un deserto grigio cercando la scritta EXIT lampeggiante.
il silenzio urla. urli in silenzio. di quegli urli che poi rimbombano fischiando dentro le orecchie.
ci fanno credere che poi le cose vanno meglio, che il dolore ci fa diventare grandi. e allora siamo nati tutti grandi, pare.
nella nebbia (che poi quanto ci piace la nebbia? ci è sempre piaciuta la nebbia a noi) non vedo il dolore. lo sento, ma lei lo fa diventare ovattato.

come quando smetti di credere nelle cose perchè le hai perse e lentamente forse capisci che non è vero che smettono di esistere.
siamo figli delle complicazioni, siamo figli dell’inesistente ricerca del dettaglio.
gatti spaventati, con i peli dritti sulla schiena.
“quanti orecchini hai Gi?” – “eh? non pensavo che si vedessero santocielo.”
ho sempre avuto una maniacale attenzione per il dettaglio, convinta sempre di non averne mai abbastanza. perchè sono i dettagli che ci danno l’anima, che ci rendono diversi dalla massa informe omologata di soldatini tutti vestiti uguali.

il mio problema? l’empatia. che cos’è non lo so, so che la chiamano così.

credo che sia questa incapacità di muovere anche un solo muscolo oggi.
credo che sia questa infinita voglia di caricarmi la tua croce sulle spalle, questa infinita voglia di iniettarmi nelle vene tutto il tuo male.
credo che sia questo stabile senso di inadeguatezza, le parole che non ti vengono e se ti vengono arrancano perchè sono sempre sbagliate.
credo che sia questo non sentirsi utile, non sentirsi abbastanza.
e credo che sia anche la speranza, di poter essere un pezzo della tua pillola.

voglio essere una montagna, che perde pezzetti di roccia, ma che non si sfalda. consumata dal tempo ma che non ha bisogno di reti. salda.
quella che ti tiene su.

non posso portare la tua croce, lo so.
ma posso essere un pezzo della tua montagna.

sempre.

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6 pensieri su “strange life

  1. Carissima amica, il tuo sentimento è nobile. Ma inutile, purtroppo. Neanche con i figli, con la carne della propria carne, si riescono a prendere sulle spalle i loro dolori, i loro patimenti, le loro sofferenze. Nel momento del dolore, della sofferenza, siamo soli. Soli, ad osservare l’abisso che si apre dentro di noi. Non che avere accanto persone non aiuti, eh. Ma non si soffre di meno. Si soffre comunque come bestie, e le energie per lenire quelle sofferenze vengono SEMPRE da dentro di noi. E allora fai bene a proporti come montagna. Montagna che aiuta a sostenere l’altro mentre vacilla. Che lo tiene in piedi per dargli la forza di guardarsi dentro. E guardare l’abisso.

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