are you sane or insane?

Avevo questa storia, “partorita” ad Halloween ed accantonata. E’ che sto guardando la seconda serie di American Horror Story (Asylum) e guardacaso è ambientata in un manicomio. Credo ricomincerò a dormire con la luce accesa, signori.

Faceva caldo anche quel giorno.
Un caldo innaturale per essere ormai ottobre agli sgoccioli.
Era uscita, come sempre, senza sapere cosa indossare. Camminava veloce, in ritardo come ogni mattina, mentre i suoi capelli dorati fluttuavano nell’aria come fossero un’ombra. Camminava dritta senza curarsi della gente che la osservava, d’altronde lo sapeva di dare un po’ nell’occhio con quella carnagione pallida e quei capelli biondissimi. Nascondeva gli occhi dietro un paio di occhiali da sole e camminava noncurante del mondo che la circondava. Era solo quando superava quell’edificio che ogni mattina non poteva fare a meno di venire scossa da un brivido.
Si trattava di un vecchio manicomio, ormai abbandonato e diroccato.
Aveva l’aria sinistra, le finestre rotte e le leggende di fantasmi che lo precedevano per fama si sprecavano nella bocca degli abitanti del quartiere.
Quando ci passava davanti le sembrava sempre che la luce del sole diminuisse, quasi come fosse avvolto da una coltre di nebbiolina sottile.
Quando uscì dal lavoro, quella sera stessa, c’era la nebbia. Insolita nella capitale, almeno quanto il sole caldo del mattino.
Camminava velocemente verso casa, quando eccolo di nuovo in lontananza. Come un’ossessione sembrava quasi chiamarla. Rallentò in prossimità di un portone sbarrato che doveva essere il portone d’ingresso.

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Guardò dentro una finestra rotta, attraverso i cocci.
Vide un lampo di luce all’interno.
Probabilmente era solo frutto della sua mente e di tutte le storie che aveva sentito.
Un fruscio.
Un movimento rapido.
Il cuore le sobbalzò in gola.
La nebbia era sempre più fitta intorno, sembrava rimasta la sola in strada. Erano solo lei e il vecchio manicomio abbandonato. Distolse veloce lo sguardo e si mise a correre. La nebbia si diradò dopo pochi metri e la gente passeggiava tranquillamente per strada. Nessuno sembrava notare nulla di strano.

Andò a casa, si fece una doccia bollente per cercare di dimenticare quella visione attraverso i cocci e si mise a letto. Fu una notte sterile e senza sogni. L’indomani, come ogni mattina, uscì frettolosamente di casa indossando i suoi occhiali scuri. Aveva dimenticato il prelievo del sangue, prenotato per quella mattina.
Entrò di corsa all’ospedale e si tolse gli occhiali scuri.
L’infermiera di turno le sorrise.
“Si accomodi signorina” le disse indicandole il lettino.
Lei sorrise sdraiandosi e alzandosi la manica della camicetta. Voltò la testa dall’altro lato come sempre, era facilmente impressionabile.

Ma fu proprio in quel momento che smise di sorridere.

Sentì una stretta alle caviglie e poi ai polsi. Si voltò di scatto e vide delle fibbie di cuoio freddo stringerla tanto da farla diventare paonazza. Un lampo di luce davanti ai suoi occhi. La stanza si riempì di nebbia fitta. L’infermiera si stava avvicinando, continuando a sorridere, impugnando una grossa siringa.

“Andrà tutto bene signorina, la nebbia se ne andrà quando sarà morta”.

Era una giornata di sole. Non c’era nessuna traccia di nebbia. Non c’era nessuna traccia della ragazza bionda sempre in ritardo. Il vecchio manicomio si stagliava in lontananza e nessuno notò quella ciocca di capelli biondi arrotolata ai cocci della finestra, sporchi di sangue.

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