Forse ci siamo persi, o forse no.

Noto, la culla del barocco.
Poco tempo e cielo ormai buio, ma difficile dimenticarsi della maestosità della Cattedrale e della scalinata che la precede.

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Non abbiamo visto molto di Noto, ma è a Noto che ho incastrato due pezzi di puzzle fondamentali, dei quali parlerò dopo perché vorrei appunto tediarvi con questo argomento sul finale u.u [sono scelte stilistiche importanti, le mie. Mi pare evidente.]

A Noto mi sono lanciata con la schiuma alla bocca nel negozio di Campisi.
Per chi non sapesse chi è Campisi lascio questa diapositiva esplicativa:

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[che tenerezza, il mio polso sembra quasi “colorato”. volevo tranquillizzare la mia famiglia: sono in cura per la dipendenza da ciliegino secco di Campisi. Solo che la cura non sta funzionando.

Il nostro viaggio prosegue sulla costa orientale, per la precisione fino ad Ortigia.
Mi ricordo come fosse ieri la prima volta ad Ortigia.
Io e Iaia camminavamo come geki contro il muro, perché il sole batteva fortissimo e la città non aveva un briciolo d’ombra. Mi ricordo il museo dei pupi e lo spettacolo con le marionette. Un gelato al cocco e loro che mi prendevano in giro perché non utilizzavo la messa a fuoco manuale della reflex.

Quando i miei piedi hanno camminato di nuovo sul lastricato bianco mi è venuto da sorridere.

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E’ incredibile quanto la Sicilia intera racchiuda la maggior parte dei ricordi di famiglia che ho, sia di sangue che non.

Dopo Ortigia siamo salite fino al cliché dell’isola a forma di triangolo: Taormina.
Assaltata dai turisti di metà agosto ammetto che un po’ di fascino lo perde, soprattutto perché nessuno sa che suo punto forte sta sopra le nostre teste. E’ solo a te che lo dico, di alzare gli occhi nella calca e guardare i balconi, perché i balconi di Taormina racchiudono un sacco di storie, proprio come i suoi lampioni.

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Come già ho detto e ridetto c’è un posto in cui non manco mai di andare ogni volta. Il teatro greco di Taormina rimane per me uno dei posti più belli.
Ci sediamo sulle gradinate e ci fermiamo a guardare dritto davanti a noi.
C’è l’Etna che sbuffa sullo sfondo e il mare calmo.

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Quelle pietre con quella spaccatura al centro riescono sempre a scuotere qualcosa dentro e ad essere sempre diverse e sempre uguali. [se poi ci aggiungi una piccola eruzione dell’Etna, bè.]

Di posti ne ho già raccontati tanti, forse adesso dovrei parlare di persone.
Ho parlato di iaia fino alla nausea perché per me quell’essere mitologico inavvicinabile è inevitabilmente diventato un pezzo di famiglia (so che stai espatriando e facendo documenti falsi per non farti raggiungere mai più, ma. Tant’è.).
Sono passati un po’ di anni e quando parlo di lei è un po’ come parlare di una sorella.
Insomma di qualcosa che ha il tuo stesso sangue.
Con lei ho imparato tanto, soprattutto ad amare.
Me stessa in primis.
E poi gli altri.
Ho imparato a non legare stretto chi si ama, perché chi ti ama non ha bisogno di catene. Resta, in qualche modo, anche se in silenzio e a distanza.

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Non ho mai avuto dubbi o remore a farle incontrare.
Sono legno e terra, come aveva detto Ombrella, e si sa che gli alberi stanno piantati nella terra. Non so se sia la giusta interpretazione, ma la sensazione che ho avuto vedendole insieme è stata questa.
La naturalezza di un albero nella terra.

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Mentre Koi mi mordeva le osservavo, perché chi un minimo mi conosce sa quanto mi piaccia osservare le situazioni e gli approcci fra le persone, i dettagli che nessuno nota, le espressioni e i movimenti degli occhi, delle mani.
Era un po’ come se si conoscessero da sempre.

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Non ho tanto da raccontare di quei giorni, semplicemente perché ne sono gelosa e voglio tenere tutto dentro e sentirmi così per sempre. Piena. Piena di quei sorrisi un po’ timidi che si trasformano in quelle risate sguaiate inevitabili.

Quando siamo rimaste su quei divanetti, quelli sotto le stelle dove tre anni fa abbiamo riso fino a stare male, e mi hai chiesto:
– Sei felice?
– Sì.
– Anche io con te.

sono nata un’altra volta, un po’ come fanno le fenici.

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Dai viaggi si impara sempre qualcosa? Sì, un po’ come da qualche persona.

Io ho imparato ad essere felice.

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7 pensieri su “Forse ci siamo persi, o forse no.

  1. Direi che fai bene a tenere per te qualcosa..in questo caso quei giorni. Certe cose vanno custodite ben bene dentro di noi.
    Sulla mia Sicilia direi che non ho da aggiungere altro. E’ bello leggere tra le righe di una non siciliana l’amore per quest meravigliosa terra.

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